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di Antonio Cavalancia
(1ª Parte) |
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Silvi 1948. Avevo 15 anni e facevo l’apprendista fabbro da Francesco Di Marco. La bottega era situata a fianco del salone di Franceschini davanti al mulino vicino alla residenza di Peppino Orsini (“Cirice”, Friscolaio) dirimpetto alla villa di Tito e Edmondo Tamburri. L’anno prima, 1947, Zi Giacchine si era rimbarcato su una nave diretta al Nord America e precisamente alla città di Norfolk (West Virginia, USA).
Da sinistra Aldino Marinelli, Anselmo Costantini, un commerciante canadere e in basso Antonio Cavalancia
Quando la nave entrò nel porto, Zì Giacchine scese e da una cabina fece una telefonata al fratello Itino che risiedeva nel paesino di Ballston SPA (New York). Zio Itino si mise subito in contatto con Antonio Corradi (che era un costruttore di case e commerciante di legname) e gli chiese se era possibile andare dov’era Zi Giacchine a prenderlo per portarlo li da loro. Antonio Corradi disse che la cosa si poteva fare, ma occorreva noleggiare un piccolo aereo per andare nel West Virginia e portare Zi Giacchine in un paese non troppo conosciuto e frequentato. Per circa un anno Zi Giacchine lavoró fuori città come manovale in un bosco lontano da Schenectedy NY. Nel frattempo, erano partiti da Silvi, diretti in Canada (Montreal Quebec) Gujelme lu Mariule e Michele di Caccamille. Dopo che questi due si erano quasi sistemati a Montreal furono portati in automobile negli USA, illegalmente, a Schenectedy NY. Michele e Gujelme trovarono lavoro presso una compagnia ferroviaria e precisamente con la Hudson and Delaware Company. Dopo un po’ di tempo, Zi Giacchine tornó in città, si cambiò il primo nome da Gioacchino in Giuseppe Cavalancia e prese lavoro nella General Electric di Scenectedy NY, una azienda di notevoli dimensioni che occupava un grande territorio. Con quella ditta faceva riparazioni di cemento, riparava marciapiedi, muri e scalinate.
Da sinistra Michele Ronca, Pierino Dell’Elce e Gioacchino Cavalancia nella “Campagna d’Africa” |
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Quando mio padre (Zi Giacchine) partì per l’America
rinunciai a fare l’apprendista fabbro e mi diedi alle corse ciclistiche.
Ero riuscito a costruirmi una bici con pezzi trovati qui e la. Quando mi
resi conto che mi piaceva pedalare e che avevo buone possibilità,
scrissi una lettera a mio padre, Zi Giacchine, chiedendo di mandarmi i
soldi per comprare una bici da corsa. Non passó troppo tempo e venni
accontentato. Ero tifoso di Bartali, per cui la mia prima bici non
poteva che essere una Legnano. L’acquistai da Luciani Cicli di Santa
Filomena. Il mio direttore sportivo era l’indimenticabile Ughetto Di
Febo che mi seguiva sempre, dandomi le indicazioni di come mi dovevo
comportare sia come ciclista sia come persona.Mi chiedeva cosa avevo
mangiato e se non era soddisfatto, mi comprava della carne e mi
raccomandava di farla non scuocere. La società sportiva cui ero
affiliato insieme a Ettore Coppa, detto Coppetto, era la Castrum Silvi
che era sponsorizzata da Gianni Corneli (di “Mezzalibbre”), noto e
importante commerciante di cereali, grande amico di Ughetto. Ero in
vacanza a Silvi quando Gianni Corneli morì, in un incidente d’auto.
Quando non ero impegnato negli allenamenti lavoravo meccanico di
biciclette, da Dindì (Cichella), dai fratelli Marinelli. Era il tempo in
cui il Bar della “Befana” - vicino al monumento dei caduti – era molto
frequentato e vi si stappavano tutte le notti fiumi di spumante. Dopo
dei Marinelli andai da Savino l’Emiliano, a lui non piaceva lavorare
sulle bici e così in poco tempo imparai a far quasi tutto. A Savino
piaceva lavorare sui motori, aveva una Vespa con la testata sbassata ed
era più veloce della 125. |
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Negli anni ’40 in Italia si proiettavano film Americani
musicali fantastici con Fred Astaire e Ginger Rogers, e qui che mi venne
la febbre di emigrare, sognavo Hollywood!.. Scrissi a mio padre
dicendogli che volevo andare da lui, ma mi rispose che non poteva farmi
l’atto di richiamo, necessario per ottenere il visto d’ingresso, perché
lui stesso era un “clandestino” che dimorava illegalmente negli USA.
Pensai, allora, al Canada. In quei giorni parecchi silvaroli erano
diretti in Canada e anche noi a Montreal avevamo parenti. Mio padre non
voleva che io emigrassi, ma vista la mia insistenza, alla fine Zi
Giacchine cedette e così partii per Montreal Canada. Lasciai Silvi nel
Luglio 1951 con la nave Italia de Fratelli Cosulich. Sulla stessa nave
c’erano altri due Silvaroli, Aldino Marinelli e Anselmo
Costantini,.Questa nave trasportava immigranti di terza classe, con la
seconda e la prima classe ci viaggiavano passeggeri di crociera. Io
viaggiai in seconda classe perché in terza classe era tutto esaurito.
Dovetti, però, pagare la differenza. In quel viaggio mi accompagnò il
nipote della mia matrigna, Alfonso che aveva un generi alimentari sulla
croce strada, vicino al frantoio di Ernestine. La nave fece la
traversata in 17 giorni. Partimmo da Napoli e facemmo sosta prima a
Palermo e poi al Pireo, a Lisbona e arrivammo ad Halifax (Nova Scotia
Canada). Arrivai in Halifax senza una lira. Avevo speso tutti i soldi la
sera quando scendevamo dalla nave nei diversi porti che toccavamo. Ad
Halifax ci misero su di un treno e la cosa che mi colpì di più
osservando dal finestrino fu che in ogni casa c’era un automobile!..
Arrivai alla stazione di Montreal verso la sera, erano li ad aspettarmi
mio zio con mio cugino. Mi accompagnarono a casa di mio zio. Non appena
finito di cenare mio zio mi comunicó che mio padre, Zi Giacchine, aveva
già predisposto ogni cosa per il mio trasporto negli USA per andare ad
abitare con lui. Dopo due giorni che ero a Montreal un tipo con una
Cadillac venne a prendermi e mi portò ai confini con gli USA. Arrivammo
a destinazione che stava per farsi notte. L’americano mi lasciò in una
campagna con dei contadini Canadesi. A soli 50 metri c’erano gli USA.
L’americano conosceva bene i movimenti delle guardie di frontiera.
Aspettava che si facesse notte inoltrata per portarmi al di là del
confine... (continua) |