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Da New York Federico De Carolis |
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L’America è sempre l’America, era questa la premessa al suo racconto. Diceva più o meno che a Silvi in quei tempi se non proprio la fame per i marinai e gli artigiani c’era davvero poco da ridere. Fu così che si imbarcarono alla ricerca di quella fortuna che da sempre arride a pochi e condanna molti alla povertà perpetua. Loro stettero nel mezzo rispettando in fondo quell’aurea mediocrità oraziana che ha portato i più molto vicino alla felicità terrena. La nave che li trasportava era una di quelle dell’armatore napoletano Achille Lauro, le cui insegne propagandistiche sono ancora leggibili in qualche paese dell’interno teramano. A Silvi no di certo, hanno buttato giù il Kursaal figuriamoci se si potevamo conservare altre reliquie. Viaggiavano in terza classe ovviamente, dove in fondo non si viaggia male, come ricorda la canzone di De Gregori. I marinai non stavano male avendo il mare per amico e potevano mangiare il doppio degli altri cui il rollio ella nave comportava atroci mal di stomaco. Erano i tempi in cui negli Usa c’era quella ventata di maccartismo che bisogna tenere bene a mente per capire fino in fondo l’avventura di uno di questi silvaroli d’altri tempi, d’altre idee, ma dalla tempra d’acciaio di cui oggi si sono perse le tracce. Non solo Mc Arthur, ma anche la caccia alle streghe su chi aveva venduto i segreti della bomba atomica alla Russia. Sì, mi riferisco ai coniugi Rosemberg che finirono sulla sedia elettrica proprio nei giorni in cui la maggior parte dei silvaroli, compresi i nostri tre personaggi, raggiungevano il porto di New York. Fu lì che sbarcarono in una notte in cui l’inverno non era ancora del tutto trascorso. Fu lì che, secondo i canoni non scritti di un ingresso da clandestini, appena toccata la terra promessa, trovarono un angolo riparato e si misero a aspettare tutti insieme l’arrivo di zì Vittorio Corradi, altro oriundo silvarolo che avrebbe dovuto provvedere alle loro prime necessità per incanalarli quindi, in un posto di lavoro che li avrebbe portati persino alla cittadinanza statunitense. La prima, lunga notte di New York, trascorse lenta e inesorabile nella sua avarizia romantica, tra probabili morsi della fame e un appisolarsi paziente e nervoso che li portava a aprire gli occhi dopo poco tempo, a rimpiangere, a pensare e aspettare. Corradi non arrivava, l’impazienza e la diffidenza nei confronti dell’amico e conterraneo cominciavano a montare, mentre si accavallavano gesti d’impazienza frammisti a richiami per quella serietà e testardaggine che se è propria degli abruzzesi, lo era maggiormente dei silvaroli, almeno quando riuscivano a stare insieme e pensare insieme al futuro comune. Dopo la prima notte però, ci fu chi scelse di non attendere più in quell’angolo di un porto che era già di dimensioni illogiche almeno per chi aveva ancora negli occhi, e non erano certo in molti, la visione del canale del Pescara e quella del porto di Napoli, il cui ricordo era già impallidito subito dopo l’imbarco. Fu così che zi Giacchine salutò la compagnia. Con un semplice gesto che voleva significar fame e necessità di andarsi a procurare questo benedetto cibo. Solo, senza conoscere una parola di inglese, senza parlare italiano, ma con la conoscenza approfondita dello slang di Silvi che potrebbe ridare un tantino sul francese, ma che nulla aveva a che fare con l’inglese, sia pure napoletanizzato degli emigrati italiani. Girò lì intorno, senza una mèta, fino a allontanarsi senza saper più ritrovare il posto dove aveva lasciato gli amici, almeno nell’immediato. Riusciva a far capire la sua fame però, e riuscì anche a cavarsela egregiamente per tenersi in forma almeno con il cibo. Lo assecondavano allora gli americani che bazzicavano i dintorni del porto, passati forse prima di lui, in quella disastrosa situazione. Trovò la strada che doveva ricongiungerlo ai compagni d’avventura Zi Giacchine, ma arrivo al molo quando gli altri erano già lontani, perché un Corradi può ritardare il suo arrivo, ma mai abbandonare i compaesani. Questo tipo di solidarietà si è tramandato, almeno fino agli anni’60 quando noi frequentavamo le scuole superiori a Pescara. Bastava che un silvarolo fosse infastidito o il più delle volte infastidisse, perché tutti gli altri che si trovavano nelle sue vicinanze per un concreto intervento in sua difesa. Uno spirito che si è perso con il tempo e magari con la globalizzazione di centro e periferia forse in omaggio a quella droga di tutti i tipi che unisce i malcapitati giovani di oggi, che finisce quasi sempre per dividere e dar vita a risse e finanche a coltellate o pistolettate.
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Zì Giacchine non aveva di questi problemi. Non aveva trovato nessuno, ma non s’erta perso d’animo. Tornava ogni sera a vedere se qualcuno fosse andato a cercarlo per poi dirigersi nel luogo che riteneva il più sicuro del mondo dove dormiva sonni tranquilli e sogni senza incubi. Aveva scelto un cimitero per la sua provvisoria residenza notturna. Di quelli belli, american style, con tanto di foto e persino con corpi in bella vista da sembrare vivi per un’imbalsamazione perfetta da ricordare i Faraoni d’Egitto. Una bella tomba vuota, tutta in marmo, sulla quale si stendeva per dormire fino all’alba successiva, quando tornava a cercare i compagni perduti e zi Vittorie che non c’erano più. Il tran tran durò una ventina di giorni, sotto quel cielo stellato da cui di stelle non se ne staccava nessuna per guidarlo alla benedetta capanna dei silvaroli. Non solo, ma accadde proprio l’irreparabile in una di quelle mattine in cui ti svegli e ti senti padrone del mondo e ascolti delle voci che ti ronzano nelle orecchie invitanti e incomprensibili. No, non c’era nessuna maga Circe e tanto meno i compagni trasformati in porci a fargli da contorno anche perchè lui non era certo Ulisse, capace di resistere alle lusinghe. Maga e porci esistevano, ma avevano le sembianze di giovanotti alti e robusti, ben vestiti che lo invitarono a seguirli. Capì zi Giacchine che erano gli uomini della legge e che la legge merita sempre rispetto comunque e dovunque ci si trovi, senza nulla sapere dell’FBI. Dovette seguirli fino alla sede dove iniziarono gli interrogatori. Loro domandavano in inglese, lui rispondeva in silvarolo. Sì, a sentire il racconto, ancora adesso mi vien da ridere, ma il poveretto non era proprio della mia stessa opinione. Sudava, si affannava nel tentativo di dimostrare che non aveva fatto nulla e che era andato in America solo per lavorare. Lo sbatterono in cella in attesa di un qualsiasi documento di riconoscimento, ma non senza un’accusa pesante come quella di alto tradimento. Era iniziata la caccia alle streghe, i coniugi Rosemberg stavano per finire sulla sedia elettrica e a zi Giacchine magari era scappato di dire mije li cumunoste chi quisse. Forse fu la conferma per le tesi di un funzionario dell’FBI che mirava a far carriera e che s’era preso la briga di denunciare un omone alto e ben piantato che di giorno girovagava senza mèta e di notte dormiva in un cimitero. Doveva essere comunista davvero per quel l’agente che magari pensava al colpo più grosso della sua vita, tale da fargli meritare un balzo in avanti più che sostanzioso nella sua carriera. Fu così che un silvarolo si ritrovò in carcere in attesa di giudizio e con un’accusa che l’avrebbe portato dritto dritto a Sin Sing per la sedia elettrica. Il diavolo che fa le pentole non riesce però a fare anche i coperchi e Corradi, animo silvarolo e cuore grande, che non l’aveva mai abbandonato, quando seppe dove si trovava corse in suo aiuto. Lo pregò di fingersi pazzo, di continuare a parlare il silvarolo fino a quando non lo tirarono fuori di prigione. Grande nazione, mi raccontava nelle sue lunghe passeggiate silvarole da pensionato ben retribuito proprio dagli Usa che, quando sbagliano, sanno ammettere i propri errori e ti risarciscono. Era stato risarcito ed era tornato nella sua Silvi, da signore distintissimo, che inanellava lunghe passeggiate per il Lungomare insieme a cumpà Fiippucce magnificando la democrazia cristiana e il Ministro Natali, non senza esaltare l’onorevole Fragassi perché era uno dei nostri. E’ venuto persino a mangiare le sarde a scottadito insieme a noi sulla riva del mare. Un politico americano che stava tra la gente. Aveva rinnegato la sua fede comunista con la quale s’era imbarcato alla volta degli States. Ho rivisto il porto di New York e ho ripensato ai miei vecchi amici che mi avevano lasciato. Ho visto le nuove banchine, i docks, le navi, il ghiaccio, ho sofferto il freddo, ma ne valeva la pena. Sono pazzo? Sì, ma per quell’angolo di una città mitica che racchiude un lembo della vecchia Silvi, fatta di gente semplice e onesta, ma soprattutto fatta di grandi lavoratori, capaci di sfidare l’Oceano per regalare qualcosa ai propri figli. E’ quello di cui non sono capaci i nuovi emigranti che popolano la nostra cittadina. Loro hanno l’arroganza e la voglia di ricchezza senza lavoro, ma siamo noi, in fondo, permettere che avvenga tutto questo. A New York si può girare tutta la notte senza alcuna paura, i delinquenti comuni sono spariti. Perché impera la legge e impera la certezza della pena che in Italia magari continuiamo a sognare sena alcuna speranza che possa trasformarsi in realtà. Federico De Carolis
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